Al Campania Libri Festival lo scrittore napoletano presenta Tra le righe della memoria e torna anche con Isabella, in un percorso narrativo segnato da relazioni, viaggi e memoria.

Ci sono legami che attraversano gli anni, la distanza e perfino la malattia. Tra le righe della memoria. La forza silenziosa dei legami di Eugenio Alaio costruisce una narrazione in cui ricordi, viaggi, amicizie e amori diventano strumenti per interrogare il senso del tempo e delle relazioni umane.

Per Alaio il Campania Libri Festival rappresenta anche un ritorno significativo. Lo scorso anno il romanzo era ormai vicino alla pubblicazione; questa volta arriva a Napoli come libro compiuto, pronto all’incontro con i lettori. Accanto a Tra le righe della memoria, lo scrittore porterà inoltre Isabella, un altro titolo del proprio percorso narrativo.

In Tra le righe della memoria un uomo ripercorre la propria vita attraverso la malattia, i viaggi, gli amori e soprattutto i legami. Perché la memoria è diventata il punto da cui osservare questa storia?

La memoria, per me, non è semplicemente il luogo in cui conserviamo ciò che è accaduto. È qualcosa di molto più vivo: è il modo attraverso il quale continuiamo a dare un significato alle persone, agli incontri e alle esperienze che hanno attraversato la nostra esistenza.

In Tra le righe della memoria il protagonista guarda indietro proprio nel momento in cui la malattia modifica la percezione del futuro. Ed è allora che il passato assume un valore diverso. I viaggi, gli amori, le amicizie, persino le occasioni perdute non sono più soltanto ricordi: diventano una sorta di mappa attraverso la quale comprendere chi siamo diventati.

Ma soprattutto mi interessava raccontare una cosa: nella memoria non rimangono tanto i luoghi che abbiamo visto o le cose che abbiamo posseduto. Rimangono le persone.

È da qui che nasce uno dei pensieri che attraversano tutto il romanzo: un amico è chi rimane anche quando le luci si spengono.

E forse la memoria serve proprio a questo: a capire, quando quelle luci cominciano ad abbassarsi, chi è rimasto davvero accanto a noi.

Il romanzo era già vicino alla pubblicazione durante la precedente edizione del Festival; quest’anno arriva invece a Napoli come libro compiuto. Che effetto fa tornare al Campania Libri Festival con quella storia finalmente nelle mani dei lettori?

Tornare al Campania Libri Festival con Tra le righe della memoria finalmente pubblicato ha per me un significato particolare.

Lo scorso anno il romanzo era ancora qualcosa che mi apparteneva quasi interamente. Era una storia ormai pronta a lasciare la scrivania dell’autore, ma non aveva ancora incontrato davvero i suoi lettori. Quest’anno torno con la sensazione opposta: quel libro non è più soltanto mio.

Nel momento in cui un romanzo viene pubblicato accade infatti qualcosa che trovo affascinante: l’autore perde, in un certo senso, il controllo della propria storia. Ogni lettore la attraversa con la propria esperienza, riconosce persone, emozioni, momenti della propria vita e finisce per costruire un libro leggermente diverso da quello che avevi immaginato mentre lo scrivevi.

In questi mesi mi è capitato di incontrare lettori che mi hanno parlato soprattutto della malattia, altri dei viaggi, altri ancora dell’amicizia o dell’amore. E questo mi ha fatto capire quanto una storia possa cambiare a seconda degli occhi di chi la legge.

Per questo tornare al Festival è quasi come chiudere un cerchio: un anno fa portavo con me una storia che stava per diventare un libro; oggi porto un libro che ha cominciato ad avere una vita propria.

E credo che, per uno scrittore, sia proprio questo il momento più bello: quando le proprie parole smettono di appartenerti completamente e cominciano a vivere nella memoria degli altri.

Quest’anno porterai con te anche Isabella. Cosa rappresentano questi due libri nel tuo percorso di scrittore e che cosa raccontano, in modi diversi, della tua narrativa?

Isabella e Tra le righe della memoria appartengono a due momenti diversi del mio percorso di scrittore, ma credo siano legati da un filo molto preciso: il mio interesse per le persone e per ciò che accade dentro di loro quando la vita le mette davanti a una scelta, a una perdita o a un cambiamento.

Isabella rappresenta una fase importante della mia ricerca narrativa, quella in cui ho cominciato a comprendere quanto mi interessasse raccontare non tanto gli avvenimenti in sé, quanto le conseguenze che questi producono nelle persone. Le fragilità, le contraddizioni, ciò che diciamo e soprattutto ciò che non riusciamo a dire.

Con Tra le righe della memoria credo che questa ricerca sia diventata più consapevole. Il tempo, il viaggio, la malattia, l’amore e l’amicizia entrano nella storia, ma il vero centro del romanzo sono ancora una volta le relazioni umane.

Se dovessi trovare una parola capace di unire questi due libri, sceglierei quindi “legami”.

Perché mi accorgo che, anche quando cambio personaggi, luoghi e storie, torno quasi inevitabilmente lì: alle persone che incontriamo lungo il nostro cammino e al segno che lasciano dentro di noi.

Forse è questa la cosa che questi due romanzi raccontano meglio del mio modo di scrivere: mi interessano le storie individuali, ma soprattutto quello spazio invisibile che esiste tra una persona e l’altra. È lì che spesso si nascondono le nostre fragilità, ma anche la nostra forza.

Sei napoletano e il 1° ottobre alle 18:30 presenterai Tra le righe della memoria allo stand SBS Edizioni a Palazzo Reale. Che tipo di dialogo vorresti aprire con il pubblico della tua città?

Presentare Tra le righe della memoria a Napoli ha naturalmente per me un significato particolare, ma non soltanto perché è la mia città.

Napoli è il luogo da cui sono partito e al quale, in qualche modo, continuo a tornare. E trovo che questo abbia molto a che fare con il romanzo, che attraversa luoghi lontani ma finisce sempre per riportare il protagonista verso ciò che conta davvero: le proprie radici, gli affetti, le persone che hanno accompagnato la sua vita.

Il viaggio, del resto, non è soltanto uno spostamento geografico. Viaggiare significa allontanarsi abbastanza da poter guardare con occhi diversi anche il luogo dal quale siamo partiti. E spesso è proprio tornando che comprendiamo meglio ciò che abbiamo lasciato.

Con il pubblico di Napoli vorrei quindi aprire soprattutto un dialogo su questo: sul tempo, sulla memoria e sui legami. Vorrei che la presentazione non fosse semplicemente il racconto di un libro, ma diventasse l’occasione per ciascuno di interrogarsi sulla propria storia.

Perché credo che tutti, prima o poi, ci poniamo la stessa domanda: alla fine dei tanti viaggi che compongono una vita, che cosa rimane davvero?

La risposta che provo a dare nel romanzo è semplice: rimangono soprattutto le persone. Quelle che abbiamo amato, quelle che abbiamo perduto e, ancora di più, quelle che hanno scelto di restare.

By SenzaBarcode Redazione

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